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Thesis!

Ho firmato un contratto di rappresentanza con l’agenzia letteraria Thesis Contents. Non sono capace di barcamenarmi con gli editori e sono felice di essere dentro questa scuderia. Incrocio le dita.

Su inchiostrodipuglia un mio vecchio racconto in una versione inedita.

La prima versione era stata pubblicata nell’antologia Un nodo d’acciaio (ExCogita editore).

Spesso rispondo “sincerità…”. Faccio seguire la parola dai puntini di sospensione, come se non avessi detto abbastanza, come se non avessi detto tutto. “Quando scrivo cerco la sincerità, quando leggo cerco la sincerità, una voce sincera”, dico.

D’accordo, facile. Ma cosa significa essere sinceri? Sinceri rispetto a cosa. La sincerità è necessaria, ma è anche sufficiente?

Le diverse ricostruzioni dell’etimologia della parola portano tutte a esiti simili. Sincero: senza maschera, senza impurità, senza contraffazioni. Il concetto di sincerità rimanda all’idea che ogni persona abbia dentro un nucleo che può essere considerato “la propria vera essenza”: una voce è sincera quando si sforza di esprimere senza filtri questo nucleo. La parola “sincerità” ha una sfumatura diversa dalla parola “autenticità” in quanto sottolinea l’intenzione di chi parla. Una persona non è sincera se dice la verità, ma se dice quella che crede essere la verità. La parola “sincerità” salva la buonafede di una voce e comprende la possibilità del falso. Per questo è una bella parola.

Nel mio lungo masticarla ho provato a sistemare le idee sul rapporto tra sincerità e scrittura in questo modo: si produce una buona scrittura quando si esplorano due dimensioni della sincerità: la profondità e la dinamicità. Continua a leggere »

Un decalogo

In barba al relativismo, ecco 10 massime che mi sentirei di consegnare a mio figlio (anche se non saprei spiegare bene perché):

1. Se cedi a una provocazione – comunque vada dopo – il provocatore avrà vinto.

2. Non pretendere di conoscere bene te stesso, non accettare che qualcun altro pretenda di farlo.

3. Le idee, come l’acqua, possono essere chiare se non sono molto profonde.

4. Tratta con rispetto tutti, chiedi rispetto a tutti.

5. La ragione e il torto sono categorie sopravvalutate. Valuta maggiormente l’umiltà e la gratuità.

6. Forte è chi ha il coraggio non sembrarlo.

7. Spesso chi parla di buonismo teme la bontà. Nel dubbio, meglio essere buonisiti che cattivisti.

8. Cerca posti in cui coltivare la forma più pura della libertà: quella da se stessi. Io li ho trovati nei libri e nella preghiera.

9. La vergogna spesso è una consigliera migliore della paura.

10. Ogni buon decalogo deve contenere un tasto per l’autodistruzione. Cercalo, per poi poter decidere liberamente se farne uso.

10… 9… 8… 7… 6… Continua a leggere »

Un mio racconto, su Vicolo Cannery.

Se le strade della lettura fossero tutte spianate i Piccoli Maestri sarebbero una cosa bella ma non necessaria. Considero incoraggiante, quindi, che il mio esordio con i Piccoli Maestri sia stato in salita. Una sudata, letteralmente.

Ho portato L’Isola di Arturo, di Elsa Morante, in una terza media di Roma. Due alunni bisognosi di conferme hanno cercato di farsi belli di fronte ai compagni con i mezzi dell’esibizionismo e dell’impertinenza e il clima in classe ne è risultato compromesso, nonostante gli sforzi dell’insegnate a cui non ho nulla da rimproverare.

Il clou si è raggiunto quando un ragazzo mi ha gettato tra i piedi i fogli che avevo fatto fotocopiare (l’insegnante non se ne è neppure accorta e io ho abbozzato). La cosa più brutta è stata la sensazione che il libro in sé, come oggetto, fosse considero come un simbolo “conservatore”, come uno strumento del sistema che gli studenti rifiutano (una frase che ho orecchiato, ad esempio, è stata “io non leggo a casa mia mo devo stare a sentire questo qua che legge”).

Io mi sono sforzato di far sperimentare il libro come strumento di “libertà”. Come una fornace capace di riportare allo stato liquido la materia di cui siamo fatti, per poter attraversare le varie stagioni della vita senza perdere la capacità di rinnovarci. Ci ho messo un po’ a trovare un linguaggio in comune con loro e, probabilmente, non ero abbastanza attrezzato per creare la necessaria complicità, ammesso che questa fosse la strada giusta. Continua a leggere »

Grazie a mio figlio Matteo in questi giorni sto scoprendo, sulla soglia dei 40, Winnie the Pooh, personaggio del 1926.

L’invadente marketing di cui l’orsacchiotto è stato vittima negli ultimi decenni mi aveva reso, a priori, antipatico Winnie e mi aveva impedito l’’incontro con il talento di A. A. Milne. Roba, che Disney, a confronto, era un omino mediocre privo di sensibilità e fantasia.

La lezione è: guai a farsi condizionare dal marketing, in ogni senso. Povero me.

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