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Reduce dalla visione di Avatar, l’ultimo lungometraggio di J. Cameron, esco a passi lenti della sala 8 del Warner Village di Parco dei Medici. Come tutte le persone che mi camminino accanto sono frastornato dallo spettacolo multicolore di Pandora, divertito dall’azione fitta fitta, ammirato per la capacità del regista di infilare tante tematiche così attuali dentro una storia credibile: ecologia, realtà virtuale, nuovo panteismo, antimperialismo e antimilitarismo.

Ma la cosa che più ha colpito la mia immaginazione – l’unica vera idea nuova del film, direi – è l’appendice biologica di cui sono muniti tutti gli esseri, animali è vegetali, che popolano il pianeta in cui è ambientato Avatar. I Na’vi in particolare (umanoidi azzurri) , hanno una sorta di polipetto il quale può intrecciarsi con i polipetti delle altre creature dando vita ad una stretta unione psichica/mentale. Immaginate di avere lunghi capelli intrecciati (su Pandora non esistono i calvi) e di avere all’estremità della treccia un polipetto variopinto che – intrecciandosi con il polipetto di un’altra persona – vi consente di abbattere il muro che vi separa ed entrare in connessione diretta!

Qui sulla terra siamo condannati a fare esperienza gli uni degli altri esclusivamente grazie alla intermediazione offerta dai cinque sensi: vista, olfatto , tatto, udito e gusto sono tutto ciò che abbiamo. Su Pandora, invece, è possibile superare ogni intermediazione e immergersi l’uno nell’altro, fondersi in un unico essere. Immaginate di farlo con la persona di cui siete innamorati, per esempio… bello vero! Bello?

Provo sul serio a rappresentarmi mentre faccio una cosa del genere con mia moglie, mentre stringo la mia codina alla sua e ficco il naso nella sua scatola cranica: orrore. Mi vengono i brividi. Il nostro amore ne verrebbe ucciso. Stritolato. Perché ha bisogno di spazio in cui muoversi, di spazio in cui esercitare la fiducia e la fantasia. Di uno spazio di mistero per continuare a sorprendere e sorprendersi.

Vorrei avere il polipetto? Col cavolo! Ma ringrazio comunque l’immaginazione di Cameron perché mi ha ricordato quanto io sia fortunato ad essere un semplice umano. Continua a leggere

Stanotte ho spogliato il mio cuscino. Ho sfilato la federa rosa, ho sbottonato quella bianca e ho cominciato a tastarlo. Vittoria non si è accorta di nulla, ieri il viaggio di ritorno a Roma l’ha distrutta, abbiamo passato sette ore sulla A14 a zizzagare nel traffico. Stamattina ho rivestito il cuscino e sono uscito prestissimo, le auto sono parcheggiate tutte al loro posto e le saracinesche abbassate. Un ordinato cespuglio di azalee ha già aperto i suoi petali, mostrano un viola senza pecche. Sono appena le sette ma in giro ci sono decine di persone che corrono avvolte in giacche impermeabili, annoto mentalmente di raccontare la cosa a Vittoria. L’aveva detto la padrona di casa, la zona è ideale per il jogging, viene gente dai dintorni a correre qui. Gli architetti di Caltagirone l’hanno pensato bene il quartiere, senza concedere sfarzi ma con case non troppo alte, strade larghe quanto basta, posti auto quanto basta, verde e aree attrezzate per i bambini quanto basta. Malafede mantiene un certo decoro, dopo due anni assomiglia ancora all’animazione 3D in cui l’ho ammirato la prima volta. Sono contento di aver convinto Vittoria a venire a vivere qui, è pieno di luce e di aria. L’arancione pallido degli edifici invecchia bene, il vicinato è riuscito ad organizzarsi in modo da rifornirsi di un’unica tonalità di tende da sole, un marrone un po’ smorto ma che pure invecchia bene. Solo il marmo di alcuni marciapiedi comincia a consumarsi e il verde a sfoltirsi: in alcuni angoli bui il prato è ingiallito e, perlopiù, gli alberelli sorretti da impalcature di asticelle non sembrano destinati a lunga vita. Non è rimasto molto da fare per migliorare il paesaggio, ci vorrebbero prati di un verde più intenso e l’ombra di una manciata di alberi con qualche decennio in più sulla corteccia, ma questi sono doni che porterà il tempo.

Il parchetto Battisti è una torre di guardia nel mezzo del quartiere, mi siedo su una bella panchina di legno dall’aria rustica, nessuno ha mai il tempo di sedersi su queste panchine. Da qui c’è una bella ampiezza di orizzonti immobili, si intravede da una parte la pinetina del presidente, dall’altra i lampioni dell’Ostiense, non è certo il mare aperto ma è bello possedere tanto spazio in un solo sguardo. A quest’ora le auto dei più mattinieri sfrecciano. Una jogger non giovanissima mi passa davanti, corre male, le braccia lungo i fianchi e le punte dei piedi all’infuori. Non ha più neanche le forze per tener chiusa la bocca, ma le sue sopracciglia restano ben incurvate verso il naso come si conviene ad una persona che sa prendere la vita per le corna. Le rivolgo un cordiale buongiorno e lei sobbalza. Un ragazzo pelle e ossa la supera di slancio, lui ha sul viso il tormento di due polmoni in debito di ossigeno ma non si lascia rallentare. Correre la mattina presto. Mi domando se a mio padre potrebbe far bene una cosa del genere, al di là del tenersi in forma perché papà non ha bisogno di perdere neanche un grammo. La retorica di Hollywood non è mai stata tanto vincente quanto per il jogging. Un italiano annoiato lontano centomila chilometri da Central Park decide di dare una svolta, di riprendere in mano la propria vita e ha bisogno di qualcosa di concreto con cui passare subito dai buoni propositi all’azione. Allora che fa? Si mette a correre la mattina presto attorno al proprio palazzo. A me quelli che si gettano in strada a correre da soli, convinti che quello sia il modo migliore per cominciare una giornata da leoni, danno l’aria di sentirsi nudi, la loro brama di sudore ha qualcosa di osceno… non so. Se li guardi in faccia non riescono a nascondere un certo imbarazzo. Non sarei per niente contento di vedere papà che si mette a correre senza meta, immagino il suo sguardo spento, la carne bagnata delle guance che sussulta, la bocca spalancata, le ginocchia in fiamme, il cuore che scalpita. Mi pare una danza depurata di qualsiasi creatività o gioia, un sacrificio fine a se stesso, ma si tratta di una difficoltà di comprensione tutta mia, se la gente di Malafede fa lo sforzo di svegliarsi così presto per mettersi a correre, ne ricaverà qualche soddisfazione che non afferro, il piacere di assaporare il proprio corpo, di cedere al proprio corpo, di essere un corpo, di ascoltare i polmoni che urlano, di sentirsi in forma per avere il pieno controllo della propria vita. Cose così. Continua a leggere

Messaggini

- Malafede mi ricorda Rimini

- Ma il romanzo o la città?

- Il tuo romanzo lotta contro Rimini. Pur apprezzandone la funzionalità e una certa filosofia corale, volta alla cura materiale dell’individuo e della comunità attraverso le opportunità che un posto (anche se nudo) può offrire. E Malafede, il quartiere, è Rimini, che non riscalda da sé, ma serva per apprezzare l’ingegno e il pragmatismo pensati x ki li sceglie. Ma se ki li sceglie non pensa da sé forte forte, trova un po’ di deserto nel cielo.

Lab. O’Connor

Giovedì 14 gennaio alle 21.00  sarò qui (via Panama 9, Roma).

Dal web alla stampa. Prima antologia di Books Brothers. Mercoledì 30 dicembre, ore 18.30, presentazione di un nuovo progetto editoriale dal respiro nazionale .

Un’antologia di 400 pagine, frutto di quasi 500 interventi sul web in 1000 giorni, da gennaio 2006 a dicembre 2008. 36 Autori coinvolti, tra giovani esordienti e scrittori già noti. Due libri distinti, Frammenti di cose volgari e Acqua passata, uniti in un unico volume, per dare l’avvio a un nuovo progetto editoriale. Mercoledì 30 dicembre, ore 18.30, presso la libreria Gligamesh (via Oberdan 45/a, Taranto) avrà luogo la presentazione. Sarà presente Michele Trecca (fondatore di Books Brothers) e, tra gli autori dell’antologia, Oscar Buonamano, Maurizio Cotrona, Pino De Padova, Rossana Mitolo e Giuse Alemanno. Da booksbrothers.it a Frammenti di cose volgari. Dallo scambio sul web a una vera antologia, con un catalogo accurato di quanto pubblicato nei tre anni di vita del sito. Frammenti di cose volgari raccoglie i testi più significativi dell’esperienza nata e cresciuta in rete. Racconti, riflessioni e spunti critici di autori di ogni parte d’Italia. Acqua passata, con le sue 200 pagine attesta tutta l’esperienza on the web, catalogando ogni intervento passato in rete dal 2 gennaio 2006, giorno di nascita di booksbrothers.it.

Coerentemente con lo spirito che anima il progetto, gli autori tarantini sono invitati a farsi avanti presentando un proprio breve scritto (recensioni, racconti, stralci di romanzi, versi e scritture, senza limiti di sorta, se non di lunghezza: max 10.000 caratteri); Books Brothers non promette né soldi, né passaggi in TV e in radio, ma l’opportunità di un confronto con una redazione competente e la possibilità di uscire allo scoperto.

Sotto un mio articolo scritto per Nota Bene, nuovo e benemerito periodico mensile.

Non ho mai nascosto una certa insofferenza verso la produzione letteraria “da” e “su” Taranto degli ultimi anni. Come ho scritto altrove, tutti gli “scrittori” tarantini che mi è capitato di leggere recentemente – Argentina, De Cataldo, Langiu, Leogrande, Bellucci, Piccinni, Liviano, Antonacci – hanno raccontato la città impedendosi l’accesso alle tonalità più chiare dello spettro dei colori esistenti, tonalità che non possono non far parte dell’esperienza di ogni essere umano; hanno scritto con le dita legate dal pudore verso qualsiasi umore che non fosse vincolato ai pregiudizi del pensiero cinico. E se, nel considerarli singolarmente, si possono apprezzare gli esiti eccellenti di alcune narrazioni in cui la discesa nell’inferno si trasforma in straziante grido di dolore o di lavori surrogatori dell’informazione di tipo giornalistico, nel complesso la panoramica delle opere prodotte su Taranto dal 2007 non può non rivelare un orientamento che trova la sua matrice comune nell’incapacità di un investimento emotivo proiettato dietro la superficie delle cose, un investimento emotivo capace di zoomare sulla realtà e lasciar intravedere possibilità diverse dalla catastrofe e dalla corruzione. Ma siccome qui a Nota Bene tifiamo per il “più” e non per il “meno”, voglio a tutti costi aprire questo spazio con uno scoop: il libro che aspettavo sulla nostra città capace di sfuggire alle dinamiche del fallimento necessario è arrivato! Anzi – cerco di rendere la cosa più sensazionale – non un libro, ma due! Sono Il ragazzo che credeva in Dio, di Vito Bruno (Fazi, 2009) e L’eroe dei due mari, di Giuliano Pavone. E, triplo salto mortale, lo affermo senza averli letti, entrambi. Il primo perché mi è stato “sottratto” da un amico (uno degli ideatori di questa rivista, peraltro) quando ero arrivato a pagina venti, il secondo perché tuttora inedito. Con Il ragazzo che credeva in Dio, Vito Bruno esplora le contraddizioni della società contemporanea attraverso la storia di Carmine, generoso quanto tormentato prete di periferia, che, alla soglia dei cinquant’anni, vive una crisi di coscienza prima ancora che di fede. Il mio giudizio si basa: 1) sul parere di Paolo Pegoraro, un critico letterario di cui mi fido ciecamente, il quale mi rassicura nel romanzo si può ritrovare uno sguardo su Taranto “diverso”; 2) su una articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno lo scorso luglio, in cui lo stesso Vito Bruno scrive: «E allora come è stato possibile che nell’immaginario dei nostri ragazzi una terra benedetta sia diventato un incubo da cui fuggire a tutti i costi? A questa incresciosa, micidiale domanda bisogna tentare di dare una risposta se davvero si vuole capire il malessere del sud e provare a immaginare un’ipotesi di sviluppo. Economico. Sociale. Umano.» L’eroe dei due mari di Giuliano Pavone, invece, è un romanzo che non ha ancora visto le stampe, ma per il quale si è già attivato un rumoroso tam tam sulla rete. L’eroe del titolo «è un celebre e religiosissimo calciatore brasiliano il quale, per sciogliere un voto, decide di lasciare la sua squadra milanese e andare a giocare un anno gratis nel Taranto» (da un articolo di Tommaso Labranca apparso su Film Tv). Vien già voglia di leggere, vero? In questo caso la mia fiducia nasce da una dichiarazione espressa dall’autore, il quale mi scrive: «nel libro non credo di essere stato indulgente con Taranto, ma ho adottato un registro narrativo diverso da quello dei profeti del noir tarantino (che potrebbe essere ribattezzato “gnur”): non la tragedia, ma la tragicommedia, o meglio la farsa.» Verificheremo.

Frammenti

E’ uscita per Books Brothers l’antologia Frammenti di cose volgari. E’ una cosa che mi coinvolge in prima persona e a cui tengo molto. Di seguto la mia introduzione al libro.


Quello che posso dire di questa antologia.

Il minimo che posso dire è…

Siamo partiti il 2 gennaio 2006. Tre anni di booksbrothers.it, ecco quello che è successo:
- un certo numero di autori, non chiedetemi quanti ma si tratta di un numero non lontano dai 200, ha mandato il frutto del proprio lavoro creativo al nostro indirizzo di posta elettronica (attualmente ibooksbrothers@gmail.com);
- qualcuno della redazione di booksbrothers ha letto il frutto di questo lavoro creativo e ha attivato un primo tentativo di relazione con lo scrittore di turno, comunicandogli impressioni su cosa ci era piaciuto del suo lavoro, cosa no, perché sì, perché no;
- quei prodotti creativi (perlopiù racconti) che ci è sembrato superassero la nostra personalissima idea di “soglia minima di qualità”, sono stati pubblicati sul sito – in molti casi dopo aver indotto una o due riscritture dei testi – con lo scopo di dare agli autori una prima/minima possibilità di uscire allo scoperto e, spesso, di un rapporto con un pubblico attraverso i commenti. Parliamo di circa 600 post in tre anni, oltre la metà nell’AREA CREATIVA del sito.
Gli autori pubblicati hanno poi seguito le strade più diverse, alcuni hanno raggiunto la pubblicazione per strade proprie, altri attraverso una nostra intercessione di qualche tipo (Andrea Simeone, Tommaso Giagni, Giovanni Di Iacovo, Elisabetta Marchiolo). La cosa certa è che dalle parti di booksbrotehers è successa una cosa semplice, ma sempre più rara in Italia: delle persone hanno scritto qualcosa, altre persone hanno letto quelle cose, tra gli uni e gli altri c’è stato uno scambio di idee. Dalle nostre parti esiste un piccolo ma vitale “ambiente creativo”, dove gli autori ricevono l’attenzione e il rispetto che meritano.
Una selezione di quello che consideriamo il meglio di quanto generato in questo ambiente sta nel libro che avete tra le mani: questo è il minimo che posso dire di questa antologia, e mi sembra moltissimo.

Il massimo che posso dire, invece… Continua a leggere

Sabato sarò qui, con i Books Brothers. Chi fosse nei paraggi…

New Italian Epic

Un discorso cominciato molto tempo fa ora prosegue qui, grazie ad Antonio Spadaro. Da seguire con attenzione.

Sanguisuga

Ho provato a spiegare qui sotto l’importanza di un sguardo poetico. Ebbene, faccio outing: questa è una cosa che a me manca del tutto. Il mio sguardo naturale è quanto di più cinico, anti-romantico e spoetizzante possa esserci.

Per questo, quando ho bisogno di poesia, divento una sanguisuga e la rubo dalle parole e dagli occhi degli altri.

Gli occhi di Paola di poesia ne hanno da vendere. Oggi la porto in giro a Malafede a fare foto, dopo son sicuro che avrò litri di sangue da succhiare.

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