Stanotte ho spogliato il mio cuscino. Ho sfilato la federa rosa, ho sbottonato quella bianca e ho cominciato a tastarlo. Vittoria non si è accorta di nulla, ieri il viaggio di ritorno a Roma l’ha distrutta, abbiamo passato sette ore sulla A14 a zizzagare nel traffico. Stamattina ho rivestito il cuscino e sono uscito prestissimo, le auto sono parcheggiate tutte al loro posto e le saracinesche abbassate. Un ordinato cespuglio di azalee ha già aperto i suoi petali, mostrano un viola senza pecche. Sono appena le sette ma in giro ci sono decine di persone che corrono avvolte in giacche impermeabili, annoto mentalmente di raccontare la cosa a Vittoria. L’aveva detto la padrona di casa, la zona è ideale per il jogging, viene gente dai dintorni a correre qui. Gli architetti di Caltagirone l’hanno pensato bene il quartiere, senza concedere sfarzi ma con case non troppo alte, strade larghe quanto basta, posti auto quanto basta, verde e aree attrezzate per i bambini quanto basta. Malafede mantiene un certo decoro, dopo due anni assomiglia ancora all’animazione 3D in cui l’ho ammirato la prima volta. Sono contento di aver convinto Vittoria a venire a vivere qui, è pieno di luce e di aria. L’arancione pallido degli edifici invecchia bene, il vicinato è riuscito ad organizzarsi in modo da rifornirsi di un’unica tonalità di tende da sole, un marrone un po’ smorto ma che pure invecchia bene. Solo il marmo di alcuni marciapiedi comincia a consumarsi e il verde a sfoltirsi: in alcuni angoli bui il prato è ingiallito e, perlopiù, gli alberelli sorretti da impalcature di asticelle non sembrano destinati a lunga vita. Non è rimasto molto da fare per migliorare il paesaggio, ci vorrebbero prati di un verde più intenso e l’ombra di una manciata di alberi con qualche decennio in più sulla corteccia, ma questi sono doni che porterà il tempo.
Il parchetto Battisti è una torre di guardia nel mezzo del quartiere, mi siedo su una bella panchina di legno dall’aria rustica, nessuno ha mai il tempo di sedersi su queste panchine. Da qui c’è una bella ampiezza di orizzonti immobili, si intravede da una parte la pinetina del presidente, dall’altra i lampioni dell’Ostiense, non è certo il mare aperto ma è bello possedere tanto spazio in un solo sguardo. A quest’ora le auto dei più mattinieri sfrecciano. Una jogger non giovanissima mi passa davanti, corre male, le braccia lungo i fianchi e le punte dei piedi all’infuori. Non ha più neanche le forze per tener chiusa la bocca, ma le sue sopracciglia restano ben incurvate verso il naso come si conviene ad una persona che sa prendere la vita per le corna. Le rivolgo un cordiale buongiorno e lei sobbalza. Un ragazzo pelle e ossa la supera di slancio, lui ha sul viso il tormento di due polmoni in debito di ossigeno ma non si lascia rallentare. Correre la mattina presto. Mi domando se a mio padre potrebbe far bene una cosa del genere, al di là del tenersi in forma perché papà non ha bisogno di perdere neanche un grammo. La retorica di Hollywood non è mai stata tanto vincente quanto per il jogging. Un italiano annoiato lontano centomila chilometri da Central Park decide di dare una svolta, di riprendere in mano la propria vita e ha bisogno di qualcosa di concreto con cui passare subito dai buoni propositi all’azione. Allora che fa? Si mette a correre la mattina presto attorno al proprio palazzo. A me quelli che si gettano in strada a correre da soli, convinti che quello sia il modo migliore per cominciare una giornata da leoni, danno l’aria di sentirsi nudi, la loro brama di sudore ha qualcosa di osceno… non so. Se li guardi in faccia non riescono a nascondere un certo imbarazzo. Non sarei per niente contento di vedere papà che si mette a correre senza meta, immagino il suo sguardo spento, la carne bagnata delle guance che sussulta, la bocca spalancata, le ginocchia in fiamme, il cuore che scalpita. Mi pare una danza depurata di qualsiasi creatività o gioia, un sacrificio fine a se stesso, ma si tratta di una difficoltà di comprensione tutta mia, se la gente di Malafede fa lo sforzo di svegliarsi così presto per mettersi a correre, ne ricaverà qualche soddisfazione che non afferro, il piacere di assaporare il proprio corpo, di cedere al proprio corpo, di essere un corpo, di ascoltare i polmoni che urlano, di sentirsi in forma per avere il pieno controllo della propria vita. Cose così. Continua a leggere